Senza tetto né legge
"I bambini stavano ancora dormendo, quando 30 uomini della polizia e delle forze speciali sono arrivati insieme a tre bulldozer, guidati da impiegati civili. Hanno rapidamente circondato e isolato la zona. Gli addetti alle demolizioni hanno portato fuori solo poche cose dalle abitazioni e non ci hanno permesso di prendere nulla se non, dopo averli supplicati, il computer portatile di nostra figlia Amal, di cui ha bisogno per gli studi universitari".
Quando nostri delegati arrivarono il 29 ottobre 2009 a Jabal al Mukabbir, a sud della Città vecchia di Gerusalemme, Rida Nimr e suo marito Nimr Ali Nimr erano seduti a guardare le macerie della loro casa distrutta due giorni prima da un bulldozer israeliano. Tutta la famiglia Nimr, compresi cinque bambini, è rimasta senzatetto, ha perso denaro, documenti d’identità, mobili, ma soprattutto la speranza di salvare la sua abitazione, nonostante i numerosi tentativi fatti dall’emanazione dell’ordine di demolizione, subito dopo la costruzione dell’abitazione nel 2000.
Mesi dopo la demolizione, questa famiglia vive ancora separata, ospite in tre case diverse. I suoi membri hanno un tetto sulla testa solo grazie alla solidarietà di parenti e vicini, visto che la legge israeliana non riconosce alle famiglie sgomberate alcun titolo legale a un alloggio adeguato o a un risarcimento. Come se non bastasse, il comune di Gerusalemme continua a chiedere il pagamento di una multa (400 dollari) per aver costruito “illegalmente”.
Quello della famiglia Nimr non è, purtroppo, un caso isolato. Nel solo 2009, nei Territori occupati palestinesi, le autorità israeliane hanno distrutto 270 abitazioni e lasciato senzatetto 600 palestinesi; attualmente sarebbero da eseguire circa 4800 ordini di demolizioni.
Di fatto, i palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana subiscono restrizioni tali alla costruzione di abitazioni, da essere considerate violazioni del diritto a un alloggio adeguato. Spesso viene negata l’autorizzazione, dopo procedure lunghe, costose e burocratiche, pertanto non hanno altra scelta se non costruire senza permesso e vivere nel costante terrore di uno sgombero.
Israele, invece, non solo ha scelta ma ha dei precisi obblighi verso i palestinesi che vivono sotto il suo controllo.
Innanzitutto, deve riconoscere “il diritto di ogni individuo a un livello di vita adeguato per sé e per la sua famiglia, che includa un’alimentazione, un vestiario, e un alloggio adeguati” (art. 11.1 Icescr); questo significa, tra l’altro, che deve garantire protezione legale contro sgomberi forzati, persecuzioni e altre minacce. Inoltre, in quanto potenza occupante, Israele è obbligata a rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra che vieta la distruzione di proprietà non giustificata da necessità militari (art. 53) e il trasferimento della sua popolazione nel territorio che occupa (art. 49).
Invece, dall’inizio dell’occupazione nel 1967, 135 colonie israeliane ufficialmente riconosciute e 99 “avamposti” (ufficialmente non autorizzati ma incentivati e finanziati dai governi) sono stati creati in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est.
Israele viola così il diritto internazionale, le risoluzioni dell’Onu e mette i palestinesi nelle condizioni di non poter aver né un tetto sopra la testa né una legge che li tuteli.
Pertanto chiediamo a Israele di fermare tutte le demolizioni, trasferire alle comunità locali palestinesi la responsabilità delle politiche e dei regolamenti riguardanti i piani edilizi e la costruzione degli alloggi, bloccare la costruzione e l'espansione degli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati, come primo passo verso lo spostamento dei civili israeliani che vivono in quegli insediamenti.
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