Con lo sguardo sugli sgomberi forzati in Africa!
Si apre oggi ad Banjul, in Gambia, la 50esima sessione ordinaria della Commissione africana dei diritti umani.
Fino al 7 novembre, gli 11 giudici della Commissione - scelti tra persone di alta moralità ed esperti in materia dei diritti umani e dei popoli - saranno chiamati a elaborare risoluzioni che saranno poi presentate ai vari governi africani (per maggiori informazioni su competenze e struttura della Commissione leggi qui).
La Commissione africana dei diritti umani, che è stata istituita dalla Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli, emanata a Nairobi nel 1981 ed entrata in vigore cinque anni dopo, ha un ruolo molto importante nel promuovere e tutelare i diritti fondamentali e quelli dei popoli africani.
Per questo motivo la Commissione deve tenere lo sguardo puntato su una delle principali violazioni dei diritti umani nel continente africano: gli sgomberi forzati che ogni anno lasciano senza un tetto e senza alcuna sicurezza centinaia di migliaia di persone, violando proprio quella Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli, che è il suo fondamento legale e i cui principi e diritti è chiamata a promuovere.
Qui di seguito trovate una panoramica dei paesi africani dove gli sgomberi forzati sono frequenti, realizzata dal nostro Coordinamento specializzato in diritti economici, sociali e culturali. Buona lettura.
LA SITUAZIONE DEI DIRITTI ABITATIVI E DEGLI SGOMBERI FORZATI IN AFRICA
CIAD
In Ciad migliaia di persone sono state sgomberate forzatamente e le loro case distrutte a partire da febbraio 2008 in varie aree di N’djamena, la capitale. Gli sgomberi sono stati condotti senza il dovuto processo, adeguato preavviso, consultazione, senza prevedere un alloggio alternativo o una compensazione.
La stragrande maggioranza delle persone che ha perso la casa da quando gli sgomberi hanno avuto inizio è stata lasciata non solo senza un tetto ma anche senza lavoro e sono stato loro negati rimedi effettivi. Alcune delle persone sgomberate si sono rivolte ai tribunali e hanno vinto delle cause contro il governo, ma le decisioni dei tribunali sono state ignorate dalle autorità nazionali del Ciad e da quelle municipali di N’djamena.
Gli sgomberi forzati delle comunità a N’Djamena sono iniziati nel febbraio del 2008, durante lo stato d’emergenza dichiarato dopo che un gruppo armato di opposizione aveva attaccato la città. Da allora, le autorità nazionali e municipali hanno continuato a demolire case ed esercizi commerciali e a eseguire sgomberi forzati col pretesto di un progetto di riqualificazione urbanistica. Molte persone rischiano di perdere la loro casa.
A fine maggio 2011, la maggior parte dei luoghi dai quali le persone erano state sgomberate forzatamente non erano ancora occupati. Sembra che alcune aree siano state assegnate ad altre persone, mentre molti degli sgomberati ancora non hanno accesso a un alloggio adeguato.
EGITTO
In Egitto, migliaia di famiglie che vivono in insediamenti abitativi precari ufficialmente classificati come “aree pericolose” per il rischio di frane, alluvioni, incendi e altri pericoli continuano a essere esposti a sgomberi forzati. I residenti delle “aree pericolose” non sono stati consultati sui piani ufficiali messi a punto dai governatori in collaborazione con il Fondo per lo sviluppo degli insediamenti abitativi informali (Isdf), un fondo che coordina gli sforzi dei governi per gli insediamenti abitativi precari. I residenti non sono stati consultati sulle alternative allo sgombero, non sono stati adeguatamente avvisati sulla data della sua esecuzione né sono stati forniti loro mezzi legali per presentare ricorso.
Nel luglio 2011, con un solo giorno di preavviso, l’esercito ha demolito le case di oltre 200 famiglie dell’ insediamento abitativo precario di Zerzara, a Port Said, nel Nord dell’Egitto, lasciando circa 70 famiglie senza un tetto. Al resto delle famiglie è stato proposto un alloggio alternativo in aree marginali della città. Gli sgomberi rientrano in un progetto Isdf per iniziare, entro 8 mesi, la costruzione di 68 edifici destinati al reinsediamento dei residenti di Zerzara. Qui, circa 1500 famiglie vivono in baracche da oltre 20 anni, senza acqua pulita né servizi igienico-sanitari, senza sapere quando saranno reinsediati e costantemente esposti al rischio di sgomberi forzati.
Da quando il Consiglio supremo delle forze srmate (Scaf) ha assunto il potere, nel febbraio 2011, gli sgomberi forzati da parte dell’esercito sono aumentati perché dopo la rivoluzione del 25 gennaio si è diffusa la prassi di occupare unità abitative del governo. A luglio 2011, circa 200 famiglie sono state sgomberate forzatamente dalle abitazioni che occupavano a Suzanne Mubarack, nell’area riqualificata di Al-Duwayqa, al Cairo. La maggior parte di loro non ha più una casa. Coloro che erano considerati i leader di questo movimento di occupazione, sono stati sottoposti a procedimenti giudiziari per presunto possesso di armi, prima dell’ondata di sgomberi.
GHANA
In Ghana, migliaia di persone che vivono e lavorano nei pressi delle linee ferroviarie sono minacciate di sgombero forzato per far posto alla riqualificazione del sistema ferroviario. Questo progetto è stato sviluppato senza alcuna consultazione delle comunità. Mancano inoltre piani definitivi di reinsediamento dei residenti.
A Old Fadama, il più grande insediamento abitativo del Ghana, tra le 55.000 e le 79.000 persone vivono senza alcuna garanzia di possesso e sotto costante minaccia di sgomberi forzati. Le autorità del Ghana hanno spesso negato di avere una qualche responsabilità nei confronti degli abitanti degli insediamenti abitativi precari visto che questi sono “illegali”.
Le leggi del Ghana non prevedono un’adeguata protezione contro lo sgombero forzato e le autorità non hanno messo a punto adeguate tutele per prevenire gli sgomberi forzati, violando così i loro diritti umani. Non ci sono infatti riferimenti ai diritti abitativi nella costituzione che non prevede nemmeno adeguate misure per far valere il rispetto degli altri diritti economici e sociali presso i tribunali.
Una sentenza del 2002 dell’Alta corte di giustizia del Ghana, promossa dall’Autorità metropolitana di Accra contro i residenti di Old Fadama, ha giudicato che non esisteva tutela legale contro il loro sgombero, riflettendo l’assenza di misure costituzionali o legali che potrebbero rendere effettivi gli obblighi legali internazionali del Ghana.
KENYA
Numerosi sgomberi su larga scala sono stati documentati in Kenya. Oltre 50.000 persone che vivono lungo le linee ferroviarie rischiano lo sgombero forzato dopo che la Kenya Railways Corporation ha inviato loro, nel marzo 2010, un preavviso di 30 giorni per lasciare l'area, che ancora non è stato revocato. I negoziati tra le comunità colpite e la Kenya Railways Corporation sul trasferimento dei residenti nell'area interessata sono in corso, ma non si è giunti a un accordo.
La nuova Costituzione del Kenya garantisce il diritto a un alloggio adeguato. Tale diritto è stato interpretato in due casi dall'Alta corte 'includendo il diritto alla protezione dagli sgomberi forzati. Tuttavia, il governo deve ancora mettere a punto un quadro normativo che definisca misure di salvaguardia da rispettare in tutti i casi di sgombero, nonostante abbia promesso di farlo già nel 2006 e nei successivi documenti politici, tra i quali il Land Policy del 2009 (Sessional Paper n.3 del 2009 sulla politica nazionale del territorio, governo del Kenya, 2009). Il governo dovrebbe garantire la piena ed effettiva attuazione della garanzia costituzionale del diritto ad un alloggio adeguato, vietando gli sgomberi forzati, adottando linee guida nazionali in materia di sgomberi, e garantendo a tutti un minimo livello di tutela legale rispetto agli sgomberi forzati.
NIGERIA
Il 28 agosto del 2009, l'insediamento informale di Njemanze a Port Harcourt, nello stato di River, è stato demolito perché rientrava nel programma statale di rinnovo urbano della città. Si stima che almeno 17.000 persone, tra cui bambini, donne e anziani, siano stati sgomberati con la forza e pertanto esposti ad altre violazioni dei diritti umani.
Le autorità non hanno consultato i residenti, non hanno dato loro un adeguato preavviso né fornito una sistemazione alternativa e/o un risarcimento. Due anni dopo molte delle persone sgomberate sono ancora senza una casa, come i ragazzi di Njemanze che ora vivono sotto un cavalcavia. Altri hanno trovato un posto sui litorali vicini, ma avendo perso i mezzi di sostentamento ora lottano per guadagnarsi da vivere. Le donne sono state quelle più colpite, visto che le loro attività economiche e commerciali si svolgevano nei pressi di Njemanze. Il risultato è che oggi molte famiglie non possono più permettersi di mandare i loro figli a scuola.
Ai proprietari delle case sul litorale di Njemanze non è stata comunità l'entità del risarcimento dell'indennizzo fino a poco prima che la demolizione fosse messa in atto, quando sono stati invitati a ritirare i loro soldi. Alcuni di loro non hanno ancora ricevuto il denaro. Le autorità hanno comunicato solo con i proprietari delle abitazioni, mentre coloro che stavano in affitto sono stati completamente esclusi dai processi di valutazione e non è stata offerta loro alcuna compensazione o sistemazione alternativa.
ZIMBABWE
Amnesty International ha espresso preoccupazione perché il governo dello Zimbabwe non ha una soluzione alle persone che hanno subito sgomberi forzati nel 2005, durante l'operazione Murambatsvina. Più di 700.000 persone hanno visto le loro case e mezzi di sussistenza distrutti. Ad alcune vittime sono stati assegnate strutture abitative incomplete o terreni inutilizzabili nell'ambito del programma di risistemazione del governo conosciuto come Operazione Garikai. La maggior parte delle vittime degli sgomberi del 2005 è stata forzatamente trasferita in aree rurali, mentre coloro che sono rimasti nelle aree urbane sono stati sistemati in insediamenti già esistenti. Il risultato è stato un sovraffollamento dei sobborghi a basso reddito. Migliaia di persone che vivono negli insediamenti dell'Operazione Garikai si sono ulteriormente impoveriti a seguito della perdita di case e mezzi di sussistenza, e devono affrontare una serie di problemi, tra cui la mancanza di accesso all'istruzione, a una adeguata assistenza sanitaria, all'acqua e ai servizi igienici.
Le ricerche del 2010 di Amnesty International hanno documentato che l’incapacità del governo di provvedere a un'adeguata assistenza sanitaria, inclusa quella prenatale, a Hopley Farm, un insediamento dell'Operazione Garikai ad Harare, ha esposto le donne e le ragazze in stato di gravidanza e i loro neonati a malattie o anche alla morte.
Nel 2011 Amnesty International ha documentato che oltre 2000 bambini frequentano scuole non registrate, allestite dalle comunità degli insediamenti dell'Operazione Garikai dopo il fallimento del governo nel garantire i ai bambini colpiti dagli sgomberi di massa l’accesso libero e gratuito di qualità.
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