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"A 964 persone piace questo elemento... e a te?"

Il “Piano nomadi” emargina ulteriormente i rom di Roma

Jezerca Tigani e Matteo de Bellis, rispettivamente esperta su Europa e campaigner sull’Italia di Amnesty International, hanno visitato campi rom a Milano e Roma in occasione di una missione alla vigilia della Giornata internazionale dei rom e sinti. Vi proponiamo in questo e nel prossimo post le loro impressioni, i loro pensieri e le loro riflessioni . Ecco quello di Jezerca. Buona lettura.

Il campo di via di Salone, nella periferia orientale di Roma, è un tipico esempio di campo del “Piano nomadi”, a giudizio di Carlo, rappresentante di un’Organizzazione non governativa locale, l’Associazione 21 luglio, che mi ha accompagnato lì.

A via di Salone vivono oltre 1200 persone, anche se il campo è stato costruito per 500. Si trova in un’area industriale, dove c’è un continuo passaggio di camion. Siamo arrivati al campo in automobile, ma la maggior parte dei rom che vi risiedono devono fare diversi chilometri a piedi per raggiungere un negozio, per non parlare di un posto di lavoro. I bambini vengono presi da uno scuolabus che ci mette due ore per raggiungere le scuole.

Il campo si riconosce da lontano. È circondato da una rete metallica di tre metri, che termina col fino spinato. Lungo il perimetro, ci sono delle videocamere. Mi chiedo se sia una prigione. Quando entriamo, dobbiamo lasciare i documenti alla polizia privata all’ingresso del campo.

Il campo somiglia a molti altri che ho visitato in precedenza: container e caravan uno dopo l’altro in linee geometriche. I bambini giocano all’esterno nel poco spazio disponibile, i ragazzi ascoltano musica ad alto volume, le giovani mamme lavano i figli o giocano con loro. Le acque di scarico hanno tracimato su buona parte del terreno dove giocano i bambini.

Parlo con Rasema, una donna di 52 anni di Mostar, Bosnia ed Erzegovina. È arrivata in Italia oltre 40 anni fa coi genitori, i fratelli e le sorelle. Da allora, non è mai tornata nel suo paese. I suoi tre figli sono nati in Italia e non parlano bosniaco: sono italiani a tutti gli effetti. Non conoscono la Bosnia.

Rasema mi racconta della vita passata al Casilino 700, un campo autorizzato demolito pochi mesi fa. Mi dice che a via di Salone arrivano ogni giorno altre persone sgomberate dagli altri campi, croati, serbi, montenegrini, romeni, bosniaci…

Rasema vive in un caravan minuscolo con altre sette persone. È triste quando vede i suoi figli ciondolare intorno, fare qualsiasi lavoro che trovano, senza una casa e un futuro certi. “È la vita dei rom”, mi dice.

Secondo Carlo, il “Piano nomadi” ha peggiorato la vita dei rom. Li ha spinti verso ulteriore emarginazione ed esclusione. Amnesty International lo ha definito, nel marzo 2010, “la risposta sbagliata”.

Lasciamo via di Salone per incontrare altri rom, in un luogo che non ha nome. È una vecchia fabbrica messa a disposizione dal Comune di Roma ai rom sgomberati dal Casilino 700 e da altri campi. Non ci fanno entrare, le visite sono vietate.

Appena fuori dal recinto altre famiglie rom hanno montato le proprie tende. Alcuni sono parenti di quelli che stanno dentro la ex fabbrica, ad altri è stato promesso un posto in breve tempo sebbene in diversi casi siano accampati lì fuori da oltre due mesi. Non hanno acqua potabile, bagni e corrente elettrica.

Incontriamo alcuni vicini italiani, che vengono ogni giorno per gestire un piccolo centro per gatti randagi. Sono scandalizzati dalle condizioni in cui vivono i rom. Uno di loro mi dice di essersi rivolto molte volte alle autorità del Municipio chiedendo che li aiutassero, ma non è successo niente. “Mi vergogno di essere italiano, che esseri umani vengano lasciati a vivere in queste condizioni”.
 

Jezerca Tigani, esperta di Amnesty International sull’Europa

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