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Morire di parto negli Usa!

Nel giugno 2003, Inamarie Stith-Rouse, una donna afroamericana di 33 anni, diede alla luce una bambina sana di nome Trinity, con parto cesareo in un ospedale del Massachussets, negli Usa. Andre Rouse, suo marito, ha raccontato che Inamarie subito dopo il parto ebbe problemi respiratori, ma il personale medico ignorò le sue richieste di aiuto. Secondo i documenti per il tribunale compilati dalla famiglia, ci vollero ore prima che Inamarie fosse sottoposta agli esami e agli interventi di cui necessitava. Inamarie ebbe una gravissima emorragia interna e andò in coma. Morì quattro giorni dopo. Per Andre Rouse, la loro origine etnica ha avuto un ruolo decisivo nel mancato intervento.

Il caso di Inmarie non è isolato. Nonostante gli Usa spendano per la sanità più che ogni altro paese, qui ogni giorno due donne muoiono per complicazioni legate al parto e alla gravidanza. La probabilità che una donna muoia di parto è cinque volte maggiore che in Grecia, quattro volte più alta rispetto alla Germania e tre in rapporto alla Spagna.

Dietro questi tragici numeri si cela la discriminazione su base etnica e razziale o in ragione dello status di migrante che colpisce molte donne afroamericane, latinoamericane, native americane e dell’Alaska.

Le barriere linguistiche, economiche e burocratiche, l’insufficienza di informazioni adeguate sulle cure mediche e sulla pianificazione familiare, l’inadeguatezza del personale medico insieme alla mancanza di meccanismi di controllo e che possano chiamare le persone a rispondere del loro operato impediscono a parte delle donne statunitensi di poter godere del loro diritto a una gravidanza sicura.

Approfondisci: leggi il nostro rapporto!
 

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