Le donne native escono dal labirinto dell’ingiustizia
Il 20 luglio, gli Usa hanno adottato una storica legge che affronta, dopo anni di silenzio, il dramma della violenza sessuale di cui sono state vittime troppe donne native degli Usa.
Come evidenziato in un rapporto di qualche tempo fa, tra le donne native negli Usa la percentuale di stupri e altre violenze sessuali subite è 2,5 volte maggiore di quella tra le donne non native nel paese. Aspetto altrettanto drammatico è rappresentato dall’elevato grado di impunità di cui hanno goduto per anni gli autori di questi reati che, nell’86 per cento dei casi, non erano nativi.
L’impunità è cresciuta alle spalle di un complesso sistema di ripartizione delle competenze giudiziarie tra gli organismi a livello federale, statale, locale e della comunità nativa, con la conseguenza che i perpetratori hanno potuto beneficiare del tempo perso a stabilire quale organismo dovesse occuparsi del caso, a seconda del luogo in cui era stato commesso il reato o dell’appartenenza o meno dell’autore alla comunità nativa.
La legge sull’ordine pubblico nelle comunità native modernizza invece questo sistema di giustizia penale e migliora il coordinamento e la comunicazione tra gli organismi incaricati di far rispettare la legge a tutti i livelli territoriali.
La legge permetterà alle donne di uscire dal labirinto dell’ingiustizia e avrà un effetto positivo nella lotta all’impunità per diversi motivi. In primo luogo, rafforzerà il potere delle autorità native, che finora si sono spesso trovate nella paradossale situazione di non riuscire a processare le persone non native e di condannare a non più di un anno di carcere quelle native.
In secondo luogo, le donne consapevoli della maggiore probabilità che gli autori della violenze ne rispondano, saranno maggiormente spinte a denunciarle.
Un aspetto però resta ancora irrisolto. La mancanza di personale sanitario esperto in medicina legale per i casi di aggressioni sessuali nell’ambito del Servizio di salute per le popolazioni native (Ihs), impedendo la realizzazione di esami legali, ha pregiudicato la raccolta di prove di avvenute violenze e, di conseguenza, alimentato l’impunità. Attualmente mancano ancora protocolli standardizzati nell’Ihs, questo significa che le vittime possono non ricevere il kit per i prelievi necessari ad accertare l’avvenuta violenza sessuale, con grave pregiudizio della possibilità di raccogliere le prove indispensabili per processare i responsabili.
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