Le accuse infondate per il massacro di Bagua
Il Perù non dimenticherà facilmente il 5 giugno 2009, quando 33 persone hanno perso la vita negli scontri seguiti tra migliaia di nativi awajún e wampís e le forze di polizia. Quel giorno, come i 50 precedenti, migliaia di persone avevano bloccato un pezzo dell’autostrada Fernando Belaúnde Terry, meglio noto come Curva del Diablo, nei pressi di Bagua, dipartimento dell’Amazzonia. L’obiettivo era protestare contro diversi decreti legge adottati nel 2008, che minacciavano i loro diritti alle terre ancestrali e ai mezzi di sussistenza.
La protesta, inizialmente pacifica, ha assunto toni molti violenti quando la polizia è ricorsa a un uso eccessivo della forza. Gli scontri hanno portato al rapimento prima e all’uccisione poi di 11 poliziotti, cui si sono aggiunte altre 22 vittime (12 agenti e 10 civili) durante l’operazione di sgombero della strada. Altre 200 persone sono state ferite.
Meno di un mese prima di questi eventi, Segundo Alberto Pizango Chota, importante leader nativo dell'associazione Associazione interetnica di sviluppo della selva peruviana, durante una conferenza stampa aveva fatto appello a un’“insurrezione nativa” contro il governo, precisando che questo appello era in realtà rivolto al governo affinché annullasse i decreti adottati senza il libero, preventivo e informato consenso delle persone native. Il giorno successivo Alberto Pizango e altri leader hanno sottoscritto un accordo con il difensore civico dei diritti umani nel quale veniva ritrattato l’appello all’insurrezione. La notizia dell’accordo è stata pubblicata sul sito web dell’ufficio del difensore civico e diffusa dalla stampa.
Ma questo non è bastato a mettere al riparo Alberto Pizango da accuse infondate. Insieme ad altri cinque leader nativi è stato accusato di “ribellione, sedizione e cospirazione contro lo stato e l’ordine costituzionale” e di “apologia di crimini contro l’ordine pubblico”. Al suo ritorno in Perù, il 26 maggio scorso dopo un anno trascorso in Nicaragua, è stato messo in stato di fermo e rilasciato il giorno successivo.
Noi riteniamo le accuse nei suoi confronti arbitrarie in quanto al momento degli scontri, Alberto Pizango si trovava a Lima, a centinaia di chilometri di distanza da Bagua e perché basata solo su quanto detto durante la conferenza, peraltro successivamente ritrattato.
Le autorità peruviane, pertanto, devono prosciogliere Alberto Pizango da queste accuse e rispettare i diritti delle persone native alle terre ancestrali e soprattutto a essere consultate prima dell’adozione e attuazione di qualsiasi misura che li riguardi.
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