Il “Piano nomadi” è la risposta sbagliata
“Emergenza nomadi” e “Piano nomadi”. Un filo diretto, fondato su una pericolosa convinzione, lega il decreto emesso dal governo nel 2008 e il piano abitativo del Comune di Roma: i rom in Italia rappresentano un’emergenza e sono nomadi. In quanto emergenza, chi è chiamato ad affrontare questo problema è stato dotato di poteri speciali e, proprio perché riguarda persone ritenute nomadi, si è pensato a soluzioni precarie e temporanee.
Anche da queste premesse nasce il “Piano nomadi”. Avviato nel luglio del 2009, il piano prevede la distruzione di 100 insediamenti a Roma e il trasferimento di 6000 rom in 13 campi, ampliati o di nuova costruzione, alla periferia della città.
Prima dell’adozione del piano, è stato condotto un censimento della popolazione rom della capitale. La rilevazione, da più parti ritenuta incompleta, ha identificato 7177 rom residenti nei campi: 2241 in sette campi “autorizzati”, 2736 in 14 “tollerati” e 2200 in un’ottantina di campi “abusivi”.
Molte di queste persone da tempo vivono o vivevano in baracche o roulotte senza adeguate condizioni igieniche; il “Piano nomadi” può garantire migliori condizioni di vita. Ma questo non basta a giudicarlo come la migliore delle risposte possibili! Al contrario, è una risposta sbagliata perchè spiana la strada a violazioni dei diritti umani.
Prima tra tutte, lo sgombero forzato. Migliaia di rom, come già è accaduto a molti altri, si sveglieranno con il rumore delle ruspe, vedranno distrutti i loro beni; con molta probabilità non capiranno subito quello che succederà in quel momento perché non sarà stato loro notificato lo sgombero. Si troveranno così a essere trasferiti in un’altra parte della città, senza che nessuno li abbia mai consultati uno per uno. Dovranno accettare di andare in un altro campo, da dove con molta probabilità i loro bambini non potranno più frequentare le loro scuole e le loro amicizie, oppure da dove non riusciranno a raggiungere il lavoro. Arriveranno qui, dopo essersi divisi da altre comunità e dovranno ricominciare da capo.
Il piano è anche una risposta incompleta perché lascia senza risposta alcune domande importanti. Ad esempio, perché alcuni rom, circa 1200, ne sono esclusi? Cosa succederà loro e dove andranno quando saranno sgomberati? Cosa significa che per accedere ai villaggi dovranno avere “una buona condotta” (questo abbiamo appreso dalle autorità competenti)? Basta non aver subito mai una condanna penale o la sola incriminazione può negare il trasferimento in un villaggio?
Inoltre, perché l’unica alternativa per i rom, sia per chi è in Italia da decenni con tutti i documenti in regola sia per chi ha la cittadinanza italiana, è un campo? Perché non si permette loro di accedere alle case popolari? Perché, ad esempio, se uno dei criteri per l’accesso a questa soluzione è lo sfratto da un appartamento privato, lo sgombero da un campo “autorizzato” o “tollerato” non è equiparato appunto a uno sfratto?
In altre parole, ci chiediamo perché non formulare un piano che sia effettivamente la risposta giusta: un piano che punti a rompere il circolo vizioso di pregiudizio, discriminazione e povertà in cui sono intrappolati i rom , un piano che dia loro la possibilità di vivere come tutti gli altri, un piano che finalmente mostri rispetto per i loro diritti umani.
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