I bambini rom di Milano vogliono andare a scuola!
“Ciao Marius, ciao Cristina, Ana. Ciao a voi tutti bambini del campo di Segrate. Voi non leggerete il nostro saluto sul giornale, perché i vostri genitori non sanno leggere e il giornale non lo comperano. È proprio per questo che vi hanno iscritti a scuola, perché sognano di vedervi integrati in questa società, perché sognano un futuro in cui voi siate rispettati e possiate veder riconosciute le vostre capacità e la vostra dignità. Vi fanno studiare perché sognano che, almeno voi, possiate avere un lavoro, una casa e la fiducia degli altri”.
Così si apre la lettera delle maestre della scuola elementare di via dei Pini a Milano scritta ai loro alunni rom che, alcuni giorni fa, in seguito a uno sgombero del campo in cui vivevano, hanno nuovamente perso la loro casa e con questa, forse, anche la possibilità di andare a scuola.
Il 16 febbraio scorso alle prime ore dell’alba, nelle vicinanze di Redecesio, una frazione di Segrate, il campo rom in cui vivevano oltre 130 persone è stato sgomberato. Molti dei bambini residenti nel campo, insieme ai loro genitori, avevano già subito uno sgombero dall’ex edificio Enel di via Rubattino, nel quartiere della scuola di via dei Pini.
Secondo una ricerca del ministero della Pubblica Istruzione, durante l’anno scolastico 2006-2007, sarebbero stati 11.732 i bambini e i ragazzi rom che hanno frequentato le scuole italiane di ogni ordine e grado. Lo sgombero di un campo rom può significare, per i bambini che frequentano una scuola nelle vicinanze, l’interruzione della loro scolarizzazione e può pregiudicare il godimento del diritto all’istruzione.
Sancito da convenzioni, patti e stabilito negli standard internazionali sui diritti umani, quello all’istruzione è un diritto umano che gli stati devono garantire. Per i bambini rom è anche qualcosa in più: l’istruzione è una possibilità di riscatto e un alloggio sicuro e stabile, dal quale non rischiano di essere sgomberati, potrebbe aiutarli a non rinunciare a questa importante occasione di uscire dal circolo vizioso di povertà ed emarginazione in cui sono intrappolati e a cui sarebbero altrimenti destinati.
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