Argentina: non si possono sgomberare le popolazioni native

Cinque anni fa il parlamento argentino ha adottato una legge (Legge 26/160) con la quale istituiva il divieto totale di sgomberare, fino al 2013, le comunità native in attesa di un censimento nazionale che delimitasse i territori abitati dalle popolazioni native.
Nonostante questa legge, diverse comunità native del paese hanno dovuto forzatamente lasciare le loro terre ancestrali e le loro case.
Questo, come sapete, è accaduto alla comunità nativa toba qom della provincia argentina di Formosa: nel novembre 2010, 400 agenti dispersero con la forza un blocco stradale organizzato per protestare contro i progetti di costruzione di un’università su terre ancestrali; il bilancio fu di due morti, compreso un agente.
Un anno prima, a ottobre, Javier Chocobar, 68 anni, è stato ucciso da un proprietario terriero nel tentativo di far spingere la comunità fuori dalle sue terre ancestrali. Apparteneva alla comunità diaguita di Los Chuschagasta, nella provincia di Tucumán.
Sempre in questa provincia e nell’arco di quattro mesi, la comunità nativa quilmes è stata costretta a lasciare la sua terra due volte. Dopo entrambi gli sgomberi forzati - 17 settembre 2009 e 5 gennaio 2010- hanno rioccupato pacificamente le loro terre. Ma hanno continuato a vivere con l’incubo di dover di nuovo abbandonare le loro case e le terre dei loro avi, soprattutto dopo il 30 maggio, quando un tribunale ha rigettato il loro ricorso contro un altro ordine di sgombero emesso il mese prima.
Dal 5 agosto, quattro famiglie quilmes di Colalao del Valle, 30 persone in tutto compresi 10 bambini, possono vivere più serenamente. Finalmente, dopo lunghi cinque anni, un tribunale ha applicato per la prima volta la Legge 26/160 e ha ordinato la sospensione di ogni tentativo di sgomberarle, in attesa che siano conclusi gli accertamenti per determinare chi è il proprietario dei quattro ettari di terreno contesi.
Dunque, questo mese di agosto, lo stesso in cui si è celebrata la 17° Giornata internazionale delle popolazioni native, ha fatto registrare passi importanti per le popolazioni native nelle Americhe. Prima l’Argentina, poi il Perù, dove il 23 agosto il nuovo parlamento ha reso obbligatorio il consenso preventivo delle popolazioni native sui progetti di sviluppo che le riguardano.
Ma questi progressi, per quanto importanti, non bastano. I diritti dei popoli nativi sono minacciati in tanti altri paesi delle Americhe. Si pensi a Colombia, Ecuador, Guatemala, Messico, Panama, Brasile, Cile, Canada; il Perù e l’Argentina devono essere un esempio per gli altri stati che, come ha ricordato il Segretario generale dell’Onu Ban Kii Moon, “devono adottare misure concrete per far fronte alle sfide che si presentano ai popoli nativi, come l'emarginazione, la povertà estrema e la perdita di territori e risorse. I paesi devono anche impegnarsi a fermare le gravi violazioni dei diritti umani che questi popoli incontrano in molte parti del mondo”.
È arrivato il momento per questi paesi di invertire l’ordine delle priorità: prima i diritti umani e poi i progetti di sviluppo. È necessario che rispettino quella Dichiarazione dei diritti dei popoli nativi che hanno sostenuto, perché solo tutelando e garantendo i diritti dei nativi è possibile chiudere definitivamente c on secoli di abusi e discriminazioni.
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