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Zimbabwe: le vittime invisibili dell’operazione “Murambatsvina”

Il 18 maggio 2005 in Zimbabwe stava arrivando l'inverno, ma il governo aveva deciso di fare grandi pulizie e, con l'operazione “Murambatsvina”, si era proposto di “sbarazzarsi della spazzatura” che infestava il paese. Per questo ha iniziato lo smantellamento degli insediamenti precari e, nel giro di poche settimane, 700.000 persone si sono ritrovate senza casa né mezzi di sussistenza. Nonostante alcune sentenze avessero ordinato di non procedere agli sgomberi, nell’area di Porta Farm ben 100.000 persone hanno perso le loro abitazioni e i loro negozi informali. Nelle prime settimane, nemmeno le grandi organizzazioni di aiuti internazionali hanno avuto il permesso di assistere le persone sgomberate.

Cinque anni dopo, alcune famiglie condividono appartamenti sovraffollati nelle aree urbane, rischiando nuovi sgomberi forzati, altre sono state ricollocate in aree completamente prive dei servizi di base. Dopo gli sgomberi del 2005, la reazione di condanna dell’opinione pubblica internazionale ha spinto il governo a progettare un piano di ricollocamento, meglio noto come operazione “Vita Nuova”, ma le poche abitazioni costruite sono completamente inagibili, prive di pavimenti, finestre, acqua o servizi igienici. Col tempo, queste persone, lasciate nella miseria, sono divenute invisibili.

A coloro che ancora vivono in tende o ripari di fortuna mancano anche le scuole e i servizi sanitari e igienici. Alle donne, che mantenevano se stesse, i loro figli e gli orfani della pandemia dell’Aids con commerci informali, è stato impedito di proseguire le loro attività.

Il governo dello Zimbabwe ha il dovere di provvedere alle necessità di base delle persone che ha allontanato da tutto ciò che possedevano, mettendo a disposizione alloggi alternativi adeguati, risarcendoli delle perdite subite e liberandoli dalla dipendenza degli aiuti delle organizzazioni internazionali.
 

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