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Può una donna povera partorire senza morire?

Hawa Dabor è morta nel marzo 2008 perché non è riuscita ad arrivare in ospedale. Adama Turay, ha perso la vita nel dicembre del 2008, alcune ore dopo aver partorito, per problemi sorti durante la gravidanza, di cui non era a conoscenza visto che, per mancanza di denaro, aveva dovuto interrompere i controlli. Mafereh Kamara ha perso la vita a 33 anni nell’ospedale di Kambia perché non ha ricevuto una trasfusione di sangue. Queste tre storie hanno un comune denominatore: Hawa, Adama, Mafereh erano tutte donne povere della Sierra Leone che, come tante altre donne in questo paese, sono morte per complicazioni evitabili legate al parto e alla gravidanza.

In Sierra Leone le donne muoiono in tali circostanze più che in ogni altra parte del mondo: qui sono una su otto mentre in alcuni paesi dell’Europa occidentale una su 25.000. Non è difficile capire perché.
 

Pensiamo, ad esempio, a come possa essere garantito il diritto alla salute di una donna povera che vive in una zona rurale e che non ha sufficiente denaro per pagare il viaggio fino al più vicino ospedale, le cure mediche e i servizi necessari. Può un paese avere solo 14 dei suoi 38 ospedali con reparti di maternità che garantiscono assistenza completa, nessun ambulatorio che fornisce le basilari cure d’urgenza o sei distretti su 13 senza strutture per le emergenze ostetriche? Come fa una donna a decidere se e quanti figli avere se è stata costretta a sposare in età precoce un uomo che decide della sua sessualità, al quale non può neanche chiedere se usare il preservativo e dal quale dipende economicamente?

In altre parole, la mortalità materna non è una tragica fatalità ma ha cause ben precise: le violazioni dei diritti umani di cui sono vittime le donne che vivono in povertà.

Per combattere la mortalità materna, che fa 350.000 vittime all’anno abbiamo deciso di metterla al centro della nostra campagna globale “Io pretendo dignità” e di concentrarci sulla Sierra Leone, dove lo scorso 22 settembre Irene Khan, la nostra Segretaria generale, ha presentato il rapporto “Fuori dalla portata: il costo della mortalità materna in Sierra Leone”, accolta da migliaia di persone che indossavano una maglia con la scritta “Stop alla mortalità materna in Sierra Leone”.

Insieme alla Sezione Sierraleonese e ad altre strutture dell’associazione dell’Africa occidentale, abbiamo organizzato un caravan che ci ha portato in giro per città e villaggi, con eventi teatrali, musicali, dibattiti e momenti di condivisione e confronto con donne e ragazze e associazioni locali, per parlare con loro di diritto alla salute e coinvolgerle nelle attività della campagna. La risposta della popolazione è stata entusiasmante, così come emozionante è stato vedere una reazione immediata al nostro appello rivolto al governo della Sierra Leone, che in pochi giorni ha raggiunto le 3000 firme.

Ma la nostra azione non si ferma qui: da ieri siamo presenti al XIX Congresso mondiale di ginecologia e ostetricia (Cape Town, 5-9 ottobre) dove siamo stati invitati per parlare di mortalità materna in Sierra Leone e in Nicaragua. Questo Congresso è un momento importante per noi perché ci dà la possibilità di sensibilizzare ginecologi e ostetriche di 113 paesi sulla grave emergenza dei diritti umani che è la mortalità materna.
 

 

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